ci sono persone che fanno parte della tua vita e nemmeno te ne accorgi. quelle con cui passi l’infanzia, e poi l’adolescenza. i tipici compagni di giochi all’asilo, e poi alle elementari. quelli che vivono vicino alla piazza del tuo paese, che la loro esistenza la dai sempre per scontata. persone con cui magari hai condiviso realmente pochi momenti, ma che sono sempre state lì. persone che poi causalmente sono capitate nella tua stessa università, e che prima di te hanno scelto di fare un’esperienze all’estero, magari proprio in Svezia. persone le cui madri condividono pomeriggi con la tua a bere caffè e mangiare pasticcini. si sa come sono le madri. “chiedi a Enrico com’è andata la sua esperienza in Svezia e se ha dei consigli da darti!” persone che vedi fuori dal cancello mentre vai dalla parrucchiera, o vai a fare la spesa. persone con cui potresti avere mille cose in comune ma non lo saprai mai. persone che non avresti mai pensato potessero sparire da un momento all’altro.
ieri è scomparsa una persona come queste. un ragazzo giovane. un ragazzo che da quando sono nata sono sempre stata abituata a vedere a scuola, in piazza, in giro. se n’è andato in un modo inspiegabile, e imprevedibile. non eravamo amici, ma mi dispiacerà molto non poter partecipare alla funzione in suo onore. e non voglio dilungarmi sulla morale di questa cosa. dico solo che non è giusto così, non lo è. come non è giusto fingere che queste cose non succedano. la Svezia ti saluta, buon viaggio Enrico.
sai cos’è successo? ieri sera entro in un locale per un concerto, l’idea di lui mi aveva leggermente sfiorata nel tragitto casa-metro. una nube, un pensiero. di quelli che dici “ma figurati se lo incontro di nuovo”. entro e il gruppo spalla ha già iniziato, mi posiziono di fianco al palco, solito posto, il mio. due minuti e me lo ritrovo vicino. la sua birra in mano e i capelli che arruffati è dir poco. mi giro e sorrido. io sola. lui solo. in un locale da centinaia di persone ovviamente uno di fianco all’altra. il gruppo spalla finisce. guardaroba, bagno, banchetto delle magliette. torno al mio posto e il concerto ricomincia. un’ora e mezza. lui torna. un’ora e mezza. uno di fianco all’altra. a un certo punto eravamo talmente vicini che quasi sentivo il suo calore. e niente. bloccata totalmente. paura che qualsiasi mossa potesse essere interpretata in modo sbagliato. ero lì come una cretina che pregavo il destino che facesse qualcosa, quando già aveva fatto anche troppo. alla fine ho visto uno dei concerti più belli di quest’anno con un ragazzo che potrebbe essere il mio uomo ideale. solo che lui non lo sa. non so se si sia reso conto nemmeno del fatto che io fossi lì. che cercavo di non guardarlo ma controllavo con la coda dell’occhio se c’era ancora. patetica. finito il concerto entrambi verso l’uscita. rapido scambio di occhiate, lui che mi lascia passare avanti. e poi si volatilizza nel freddo di una serata che speravo sarebbe andata a finire in un modo diverso. ma stavolta è stata colpa mia. ci vediamo al prossimo concerto ragazzo dallo sguardo perso.
ci sono confini che non vanno superati. se si vuole mantenere il rapporto più congeniale con una persona bisogna trattenersi. agire come se in realtà essa non fosse importante. non dare per scontato nulla. e fingere di non sapere quando in realtà già si sa come si svilupperanno le cose. ciò che non ci permette di agire in questo modo, di far passare una qualsiasi relazione attraverso tutti gli stadi necessari per giungere al punto di arrivo (che a volte è il punto di inizio) è l’assuefazione. l’assuefazione nei confronti di una persona è probabilmente la droga più devastante che possa esistere. è quella che ci fa saltare le tappe. che ci fa agire in modo avventato. che fa entrare in quella routine del sentirvi tutti i giorni. del vedervi ogni tot di tempo. del non riuscire a respirare senza di lei. di non riuscire a vivere senza di lui. ciò che è spaventoso è il meccanismo infernale con cui questa si propaga nei nostri corpi, nelle nostri menti. crescendo ogni giorno che passa. ogni minuto senza quella persona aiuta questa bestia a impossessarsi di noi. e nello stesso tempo è come morfina quando sappiamo che quella persona c’è. un anestetico. ma non è la realtà. la realtà non sta in quella morfina, come non sta nel momento direttamente successivo, quello dell’astinenza. nessuna delle due è reale. sono il nostro cervello e il nostro cuore a creare queste sensazioni. la realtà siamo noi e la persona che abbiamo davanti. niente di più, niente di meno. quando penso a questo processo immagino il mio cuore ricoperto da una pellicola che lo protegge, quella è la morfina. quando manca, il cuore inizia a scoprirsi, diventa vulnerabile, sensibile a qualsiasi cambiamento, quella è l’astinenza. ma una volta che il cuore si è liberato dalla pellicola, da quel legame che lo teneva stretto, come organo autosufficiente è in grado di andare avanti. anche da solo. come noi. se potessimo vivere i legami in modo diverso. se essi fossero un qualcosa che si aggiunge alla nostra vita per migliorarla, invece di qualcosa che ne fa parte integrante. come la panna sul gelato. la nostra vita dovrebbe essere una pallina di gelato al cioccolato, già perfetta nel suo essere, perfetta solo perchè esiste. in quel caso i legami sarebbero quel tocco in più che la rende sublime, ma senza di loro sarebbe comunque completa. dovremmo vivere i legami in modo diverso. dovrei vivere i legami in modo diverso. dovrei essere felice quando mi scrivi perchè aggiungi del pepe alla mia vita, e invece noto solo quando non ci sei. tutto questo per dirti che stasera vorrei chiederti come stai, ma non lo farò. perchè quella morfina non è ancora entrata in circolo dentro di me. e finchè ne avrò la forza eviterò che possa riuscirci.
venerdì sera l’ho rivisto. col suo parka nero, i capelli ricci e lo sguardo perso. ho sentito un brivido lungo la schiena. e ho ripensato subito a quello che mi ha detto enrico “mettiti di fianco a lui durante il concerto”. ma non è servito, perchè me lo sono trovato vicino senza nemmeno pensarci. e mentre cercavo di non guardarlo la mia mente fantasticava su come potesse essere la sua vita, su quali sarebbero state le prime parole che mi avrebbe detto, su che gusti musicali esageratamente perfetti potesse avere. ma il suo sguardo perso non ha mai incontrato il mio, probabilmente non mi ha nemmeno notata. quelli come lui mi piacciono per questo, perchè io sono l’ultima cosa sulla terra di cui potrebbero rendersi conto.
e poi capita una giornata come questa. nebbia ovunque, freddo ma non troppo. voglia di cioccolata calda con tanta panna. ti siedi in un bar e semplicemente osservi la vita scorrere davanti a te. persone di fretta, che corrono non si sa dove, non si sa perchè. vedo tanta solitudine in questo posto, probabilmente è una prerogativa delle grandi città, gente sola che finge di non esserlo, gente che cerca un appoggio, seppur minimo, in sconosciuti. uno sguardo, un sorriso. adoro stare qua perchè ho la possibilità di respirare, di prendere un libro, sedermi in un parco e perdermi nelle vite degli altri senza dover pensare a nulla. di respirare. di ricominciare tutto da capo. il fatto è che non voglio ricominciare. e si, sto dicendo che non mi trasferirò a stoccolma stabilmente, o per lo meno non prima di un paio di anni. non voglio ricominciare da zero perchè ho finalmente capito il valore di ciò che ho a casa mia. stare sola per tanto tempo era anche un modo per trovare delle risposte, e ammetto che dopo due mesi e mezzo, a metà della mia avventura qua, le ho trovate quasi tutte. sarà che stare distante affievolisce i sentimenti negativi, sarà che vorrei finalmente sistemare alcune cose in Italia, e riprendere la vita là in modo più positivo. sarà che stare qua mi ha dato la forza addirittura di perdonare qualcuno con cui non parlo da mesi. chiariamo, non sto abbandonando la mia ostilità nei confronti del genere umano per una vita di finto buonismo, non lo farò mai, sono sempre io, difficile farmi cambiare. ma forse si sono riaccese in me alcune speranze, non parlo di amore e stronzate del genere, sto bene con me stessa, ed è fantastico. io e la mia coscienza, quella che mi fa i discorsi seri quando sto per fare cazzate, quella che cerca di mettermi in riga sempre, beh siamo arrivate a un compromesso. è stata lei che nelle mie crisi qua mi ha fatto capire che non posso essere una fallita se sono riuscita ad avere tutto questo. prefiggersi un obbiettivo e riuscire a raggiungerlo non è cosa da tutti. vivere da sola in un paese in cui non parlano la mia lingua e non conosco nessuno cavandomela piuttosto bene, beh è stato un gran bel traguardo. certo non sono ancora giunta alla fine di tutto ciò, ma penso che i momenti più difficili siano passati, tra un paio di settimane sarà qua giulia, e poi sarà dicembre e sarò in Italia, per completare il tutto con gli ultimi esami. e ho preso la mia prima A. cosa che mi ha in gran parte ripagato dei pomeriggi passati a studiare. perchè a qualcuno sembrerà strano, ma qua studio molto di più che a casa, non essendoci mamme papà o sorelle che mi chiedono di fare le cose più disparate, non potendo andare a mille feste a settimana (perchè qua le pago e non poco). lo ammetto vivere qua sarebbe perfetto, c’è tutto, tutti i negozi che amo, la tranquillità di una città che non è una metropoli, tutti i concerti più fighi. ma credo di non essere ancora pronta per lasciare tutti e tutto, voglio dire in modo permanente. forse non sono fatta per queste cose, o forse quando troverò un motivo valido per farlo lo farò. anzi sono certa che è così. è come ha detto giovanni, sono in un limbo, ed è strano da vivere. e sto finalmente capendo cosa voglio fare della mia vita. cosa non da poco. ho sempre voluto scappare da tutti e da tutto, e ora che ho trovato la mia dimensione in una quotidianità piuttosto piacevole, mi rendo conto che prima di scappare è meglio fermarsi e pensare: ne vale davvero la pena?
la verità è che non ho salvato quel messaggio. quello in cui dicevi di non aver più trovato nessun’altra che ti avesse fatto provare ciò che avevi provato per me. ho lasciato che la memoria di un fottuto smartphone che tu mi hai insegnato a usare cancellasse l’unica traccia di un tuo attaccamento nei miei confronti. e l’ho fatto consapevolmente. perchè non era vero. non era vero e lo sai. non ero così importante ed è giusto così. non lo ero tanto da rivedermi dopo anni. non lo ero tanto da raccontarmi finalmente tutto quello che è successo in quella maledetta estate. non lo ero tanto da farti abbattere quel muro che avevo creato per impormi di odiarti. io non ero importante, e tu sei sempre stato un pessimo bugiardo.
voglio morire con lui. ammettilo, se un orgasmo fosse l’ultima cosa da fare prima di morire, sarebbe esageratamente perfetto. uscire da casa sua, dopo aver fatto l’amore, dopo la sigaretta, con quella sensazione di pace interiore che ti pervade e il sorriso sulle labbra. zero pensieri, il suo profumo ancora addosso. uscire all’aria fredda che ti fa arrossire le guance, e all’apice dello stare bene farsi investire da un’auto. ecco, è così che vorrei morire.
stasera avrei bisogno del nostro solito milkshake. di cantare money sopra un tetto. di parlare di niente. di giubbetti in jeans e punti hype. di una sigaretta nel parcheggio. di gold panda in macchina tua. dei nostri discorsi senza senso. di lamentarci perchè dove viviamo è una merda. di sentirmi dire che io vado bene così. di marriage remix di baths. dei racconti delle tue cotte. di prendere in giro chiunque. di ridere di tutte le stronzate che dici. di dirti vai a cagare come gesto di affetto. di dirti che sei uno stronzo perchè hai messo lonely nel mio mixtape. di tornare a casa e sentirmi bene perchè di qualsiasi cosa si tratti, io e te ci capiremo sempre.